mercoledì, 11 novembre 2009 | in : poesia, amore, racconti, pensieri liberi, paure ed ossessioni

giostra
Quanto ti ho pensato, mentre la pioggia scendeva fine e fitta a bagnare i miei stivali di pelle, i marciapiedi, le strade grigie. 
Passeggiavo e osservavo due cani randagi che in lontananza correvano verso i campi vicino al fiume, quando ho sentito il tuo arrivare nei miei ricordi in quel modo inconfondibile  che ti fanno risultare fulmineo e doloroso come il gelo che, insinuandosi sotto i piedi in un batter d’ali, mi sa attraversare  poi istantaneo le caviglie. Un pensiero, il tuo,  deciso come  una magia che  trasforma il lago dei cigni in brutti anatroccoli senza ali che invocano la madre, se mi volto e di te non appare nemmeno il riflesso di un miraggio, il luccichio di un alito, l’incanto di un bacio e del suo bisogno.
Ho passeggiato con l’ombrello nero dove il colore infausto del cielo confondeva i suoi tratti del mio incedere greve, del mio danzare sopra le mani della pioggia.
Dentro mormoravo a me stessa, a bassa voce, che non è pazzia rompere i gusci delle apparenze, che non è pazzia apparire se stessi, credere nella gente, volersi bene per quelli che siamo e non morire ogni giorno di più.
Mormoravo che non è pazzia cercare la verità. Rendersi conto che siamo nati liberi e che nessun uomo o Dio ha diritto di renderci schiavi.
Così ho udito la tua voce confusa nella moltitudine. Cantavi, lieve e intonato, cantavi per te stesso ed un po’ per me e la mia smania di averti appresso.   
Preso nel tuo vortice di no insondabili ed eventi non modificabili, in una giornata senza voci la tua ha sovrastato pesante e cadenzata nei miei condotti uditivi ogni altra nota musicale, ogni possibile melodia, rumore assordante o din don dan:"Fra Martino Campanaro. Suoni tu?".

Quanto ti ho amato mentre la pioggia ha scrosciato applausi al mio passare mesto. Ho sentito violento e possessivo il mio amore arrivare fin sotto la pelle,  quando invece volevo almeno per un paio d’ore libero il passaggio, per non soffrire, per  non invocare, per non dovermi stancare di questo stare bene che poi se non ce l’hai a tratti fa stare più male.
Lasciami perdere ti dicevo, comunque se ne parli sei talmente dentro nel profondo che non capisco più dove inizi tu e finisco io.
Lasciami stare, intanto nessuno potrà evitarlo, sei dentro senza preavviso e prima di andartene hai buttato le chiavi con l’intero mazzo.
Lasciami stare, lo sai d’essere arrivato sin qui e che sei  in un luogo che non conosce partenze. Mai più mi dovrai cercare.
Lasciami prendere tutta questa pioggia, oggi mi devo solo lavare.
Ho passeggiato piano con l’ombrello nero aperto verso il cielo; a tratti ho stupidamente messo i piedi in pozze d’acqua sporca evitando comunque di lasciarci le mie radici. Ho vagabondato sempre a testa alta e teso la mano dove pensavo che il vento potesse strapazzarti, dove pensavo di ripararti.
Dentro mormoravo a me stessa, a voce alta, che l’aria pareva di carta, che tutto sembrava un gran mercato, che quanto venduto non sembrava appena comperato. Che in alcuni quartieri della mia città vivono caste d’imbecilli, che luci psichedeliche di una giostra possono farti sembrare d’oro anche una strada fredda e morta.
Così ho vagato per ore udendo nelle orecchie, tra i suoni metallici,  la tua voce, che non ha mai smesso di cantare, non  ha mai cessato di cercare la mia compagnia quasi io per te fossi un dolce e sconosciuto amore da ammaliare.
Sul finire sono  ritornata sui miei passi lasciando ai bimbi la loro allegria, lasciando alle giostre le luci sintetiche  di un ingannevole sapore di malinconia.
Sola come sono nata son rientrata. Ho chiuso l’ombrello ed ho lasciato che la pioggia mi lavasse dai riflessi del cielo grigio, dai veli di brina scambiati per chicchi di zucchero a velo, dalle foglie gialle che si staccano dai rami, dal giorno che si scompone e lascia faticare sorella sera. Ho lasciato che la pioggia bagnasse le mie spalle e andando nel freddo pungente ho guardato dritta in viso l’altra gente. Nei loro occhi ho veduto solo fantocci imbambolati,  amori persi, destini spezzati.
Nel freddo deciso ho sentito Novembre palpitare leggero, penetrare sotto il mio cappotto come sotto al muschio nel parco dietro alla chiesa e l’ho percepito scendere lieve e posarsi sulla mia testa come fosse la corteccia di un vecchio pino.
Fintanto che la pioggia ha continuato la sua discesa dritta e fredda a gelare la mia tristezza,  ho camminato verso a casa con l’amara sensazione di aver lasciato la mia infanzia dentro il carro di una giostra e di aver attraversato nuda come una mosca superstite la nostalgia dei ricordi.
Se  avessi avuto il coraggio di osare sarei salita sul carosello colorato chiedendo al burattinaio  senza scrupoli di restituirmi gli anni perduti.
Se fossi riuscita a non piangere per la nostalgia della bimba che son stata avrei sorriso per San Martino, le fiaccole ai balconi, i saltimbanchi, le baraonde ed i carrozzoni. 
Se non fossi  la donna che sono non mi sarei rivista, complice la malinconia, bimba tra le braccia della mia amata madre a sorridere alle luci della festa nella via.
Se non fossi io non sarei ora seduta nel buio della notte a sussurar parole pacate, a schiuder ricordi che profumano ancora, ad intrecciare emozioni nei rami dell'anima.

Se non fossi io....

signorisinasce @ 23:53 | commenti (7)(popup) | commenti (7)
venerdì, 16 ottobre 2009 | in : poesia, amore, racconti, pensieri liberi

amore

Chissà se lo sai che quando il sole cade sui tetti,  sui muri delle case, sulle foglie, tu mi manchi che mi sento male da morire. Nel dolore a volte dimentico cosa si prova a vedere i colori che si fanno sempre più vivi quando li osservo attraverso i tuoi occhi. E quando poi tutto tace come ora,  il sole del tuo pensiero torna puntuale sullo sfondo buio a dorare, a farmi un po’ bene, a ricordarmi che un po’ fa male.Il vento dei ricordi ti sposta di continuo, dapprima appena appena visibile, poi sei la luce accennata che diviene una stella che si accende ad illuminare la mia solitudine che precipita in golfi oleosi. Mi tengo stretta a pugni le mani dentro le tasche di una felpa blu bucata e giro dentro l’anima. Ne conosco ogni angolo, boccheggio. Che inutile viaggio. Poi affiori tu, l’odore conosciuto, mai dimenticato e ti rivedo in orizzonti più ampi affrontare le stagioni del tempo. Ti rivedo salutare con la mano all’ormeggio i gabbiani. Il motore al minimo quando vai piano. Un bacio con guancia al vento. La figura piena e te che vai via piangendo.

Chissà se lo sai che nel silenzio posso impazzire, che col cuore chiuso in me non esistono luoghi, spazi o maree, che torno sempre da te perché non posso fare a meno di ciò che è necessario, che rincorro le ombre quando le stelle piangono confondendole con la tua figura.
Sei una striscia di arcobaleno che corri sui binari delle mie mattutine sofferenze, mi copri di rugiada ed è in quel momento che avendomi mi possiedi e mi doni l’eterna giovinezza.
Io ti parlo ora mentre in verità vorrei cantare per dirti che la vita per noi è bella, di non reclinare il capo e di non temere il buio della notte, guarda amore, guarda il cielo, sembra una coperta trapuntata di stelle.
Non ascoltare gli squilibri cerebrali che ci allontanano cedendo ai ricorrenti e comuni blà blà, dentro al mio cranio non ho più spazio, nemmeno se fuggo dagli schemi o vario le tensioni.

Chissà se lo hai mai assaggiato il sapore del mio sangue, quando dal basso mi osservi col  tuo bel naso all’insù, quando credi di vedere le mie ferite chiuse ed invece sono solo foderate perché tu mi debba sempre ricordare  bella, un fuoco vivo, mai colato o indifeso.
Nel buio assoluto nasce stasera la nostra stella cometa, non c’è nulla da capire, siamo la rivincita del cuore sui bagliori dei friabili sensi della morte, siamo la rivincita del genio, una coltre di gioia sulle sfortune di altri sogni spezzati, siamo il cristallo delle fiabe, i cocci di altre vite raccolti a comporre una nuova anfora di vita. Siamo fiori freschi di pesco che nuovamente e sempre sbocciano nei rami dell’anima. Petali di parole delicate, melodie dove racchiudiamo i nostri canti e spacchiamo i dolori.

Chissà se lo sai che la tenerezza del tuo ricordo  stasera non mi basta ad arginare tutto questo amore che sento per te.  E’ troppa la memoria, il punto di non ritorno. Hai sedotto con un giro di valzer  ogni sfondo della mia vita presente e passata  e tra le tortuose vie della passione hai trafitto una nuova inedita visione dell’erotismo che si inchina grato a te che sei glicine, ametista, papavero … la vita fatta campo di grano, una robinia,il grappolo d’uva, la piuma sulla mano.

Chissà se lo sai che da oggi per te guido piano...

signorisinasce @ 23:17 | commenti (14)(popup) | commenti (14)
martedì, 22 settembre 2009 | in : poesia, amore, pensieri liberi

donnaclown

E’ solo oggi ed io già vorrei fosse anche soltanto ieri.
L’ho pensato stamane all’alba, mentre l’attrice che sono dovuta diventare ha preparato, sul tavolino in fila indiana, i trucchi e le creme colorate nel camerino buio della mia stanza disperata: “Sarò il clown dalle maschere più rare, quando stasera salutandoti con la mano non mi vedrai morire piano. Sarò la prim’attrice del nostro palcoscenico, dove non avrò da preoccuparmi per il mio viso pallido e poco scenico. Sarà una pennellata di colore a cacciare la malinconia, la ruga amara che mi avvolge quando vai via.  Sarà solo un dolce arrivederci amore e le lacrime di sale trattenute diverranno rarissime pietre dure”.

E’ solo sera ed io già vorrei fosse anche solo stamattina.
Lo penso ora mentre ripongo nel cassetto fondo dei miei desideri più veri la maschera che ho indossato oggi, i trucchi ed i lustrini, le risate, i sorrisi, gli occhi asciutti davanti a te che mi hai stretta piano e poi forte e poi dolce e poi ancora piano: “Sono la donna dal viso sconosciuto, quella che non vedi quando cala la notte e le lacrime possono con gli occhi fare a botte. Sono la comparsa in un teatro sovraffollato, dove nessuno mi vede e se accade è solo  per uno sbaglio non calcolato.  Sono il clown senza travestimento, la ruga amara, una cicatrice dentro. Attendo il tuo dolce ritornare, amore delle mie sere sole. Ti aspetto seduta sul ciglio di una terra che non è rossa di sole e dove i miei occhi possono confondersi con gli arbusti verdi trifoglio, dove posso piangere senza ferire il mio orgoglio”.

E’ solo la notte ed io già ti vorrei addosso con un bacio dolce come il miele. E’ solo l’oggi… e Dio solo sa quanto ti amo, mentre ti immagino danzare alla luce delle candele.

signorisinasce @ 22:38 | commenti (11)(popup) | commenti (11)
martedì, 08 settembre 2009 | in : racconti, pensieri liberi

cartolina d

Dove hai messo la mia allegria, amore che tutto mi chiedi e tutto ti conservi gelosamente? Dove sono finite le mie mani morbide che sanno cosa significa stringerti in un abbraccio? Non mi sento i polpastrelli stasera e le farfalle mobili sventagliano nelle mie orecchie come un vecchio treno a vapore. Ti ho cercato lungo il fiume questa mattina, mentre la temperatura ancora non aveva valicato i trenta gradi e nella frescura dell’attimo beato mi sono soffermata ad osservare il mio bel fiume viaggiare verso il mare. Di te solo un ricordo legato al brillio della corrente, di te solo i tuoi colori, del resto non ho veduto niente. Dove hai portato la mia anima generosa, amore che tutto possiedi e tutto ancestralmente conservi, finanche le scatole dei cerini, gli accendini scarichi, le fotografie sbiadite di attimi ormai passati, mai più ricreati? Mi sento un vuoto nel centro del petto  e le farfalle mobili sventagliano nel mio stomaco come rondini autunnali spaventate. Ti ho cercato dentro il mio albero questa sera, mentre i melograni maturi si stanno quasi per staccare ed il loro colore rosso mi ricorda così tanto le tue labbra quando mi stanno per baciare. Di te solo il ricordo porpora del loro riflesso serale, la luce intensa di un bagliore d'amore, altro non mi è stato dato di capire. Dove hai riposto il mio calore, amore che bevi caffè nero bollente e con il fuoco accendi l’ennesima sigaretta e mi incendi la mente?  Sento freddo su tutto il corpo stasera e le farfalle mobili sventagliano stalattiti di ghiaccio acuminato che, come nelle giornate di vento invernale, osservo pendere dal salice piangente nel campo dietro casa, vicino agli attrezzi del vicino, tra le scatole ed i vecchi giornali. Ti ho cercato nel silenzio freddo della notte pochi istanti fa, mentre fuori la luna piena ha deriso il sole e dentro casa il ghiaccio del silenzio ha ingoiato ogni senso del dolore. Di te non ho veduto niente, solo il bagliore di una stella cadente a ricordarmi di un sogno e il buio della notte ad augurarmi un buon riposo. Dove tieni nascosta amore la mia speranza del domani? L’hai presa di nascosto pensando di aiutarmi a trovare la strada maestra, ma mi perderò se non la tengo stretta tra le mie di mani. Sento la solitudine che si allunga sull’inverno a venire e le farfalle mobili che mi sussurrano  di non avere paura, ma già tremo raccolta nel silenzio malandrino e arrancando verso il mondo, chiamo la fortuna a me vicino. Ti ho cercato nel vuoto totale di ore spezzate dalla malinconia, mentre fuori la vita pullulava nelle città, mentre tu di nuovo non sei qua. Di te non ho sentito la presenza, solo la certezza della tua assenza, che stanotte piano mi vuole tirare giù. Vieni amore, senza te non sento alcun sapore. Dove hai conservato l’anima mia che ti ho donato il primo giorno che ti ho incontrato? Sono certa l’avrai nascosta talmente bene che ora per trovarla dovremo dire delle preghiere. Sento che me la devi riportare perché nel vuoto che è rimasto mancano le luci, le lacrime, i tramonti e le onde del mare. Ti sto aspettando mentre la notte sta per finire, son certa che con l’alba apparirai perché solo tu sei il risveglio più bello che mi sia mai stato dato di vedere. Dove hai dimenticato amore la spada sacra della sincerità, quando con una goccia di sangue sulle dita abbiamo siglato un patto di fedeltà?  Magari l’hai nascosta in uno scantinato, cercala ora,  te ne prego, è necessario tenerla vicino. Il pericolo che scorre nel sangue lo sento avanzare, serve un rito sacro, benedizioni e preghiere. Da appendere sulla porta di casa, tenere nelle tasche dei jeans, conservare tra le pagine nere.  Le farfalle mobili mi sbraitano che non sempre le strade sono pulite, che talvolta le persone che abbiamo attorno sono finte anime poste su strade già suicide, che c’è un tempo per le confidenze vere ed un tempo per i crocifissi,  le candele accese, i salmi e le preghiere. Ti cerco nel pericolo del mio peregrinare e stavolta non vorrei trovarti io,  perché saperti in salvo mi toglie tutto questo carico del crederti da salvare. Dove hai messo  tutte le rose che in questi anni d’amore ti ho inviato? Secche potrebbero essere  tra le pagine dei libri che assieme abbiamo letto, gracili potrebbero essere in vasi sotto vetro, dentro ampolle in liquidi che ne abbiano conservato il candore,  il magico odore. Mi chiedi sorprese che non ti posso più regalare, ti ho donato tutta me, non posseggo null’altro che ti possa di nuovo stupire. Ed allora ti invio questa cartolina color del mare , che contiene le onde gigantesche della paura quando il mare è grosso e ti invita a fuggire, che contiene stelle marine e cavallucci e sirene, tracce del mio amore e la felicità del mio volerti amare.  Te la invio un po’ triste dopo una giornata dove anche nell’emozione di un tramonto ci si può perdere senza più tornare,  dove nei dubbi che confondono la mente solo la bugia del falso amore muore. Conservala tra le pieghe della tua anima stanca e lasciati cullare, è una cartolina senza indirizzo e francobollo,  forse solo una miseria rispetto al resto del tuo mondo. Eppure me la sento tra le mani come se fosse oro, argento e mirra. Da giorni la rigiro ed in ogni sua piega sento che ci rassomiglia. Mettila in cornice e leggila quando la sera muore, da ogni rigo e da ogni sillaba mi vedrai uscire se ancora credi nelle mie parole. Le farfalle mobili finalmente hanno interrotto il loro svolazzare e nel silenzio agognato si è alzata una leggera brezza che so essere il vento caldo del mare. Mi allungo piano nell’ondeggio e cerco di darmi forma e colore, nel giorno che muore sono solo una donna banale che scrivi forsennata perchè crede sempre nella forza dell’amore. 

signorisinasce @ 23:25 | commenti (7)(popup) | commenti (7)
martedì, 01 settembre 2009 | in : pensieri liberi

Immagine 084

...che mi ha bruciato l'anima e la pelle nei pomeriggi assolati, colorato i risvegli di verde ulivo, celeste mare e rosso terra, regalandomi un sogno che non potrò mai più dimenticare.

In Italia abbiamo una regione meravigliosa ed io me ne sono perdutamente innamorata.

...è un mal di Puglia a cui non potrò sottrarmi... che mi porta a cantare:

o Puglia Puglia mia tu Puglia mia, ti porto sempre nel cuore quando vado via e subito penso che potrei morire senza te.  E subito penso che potrei morire anche con te.

signorisinasce @ 23:10 | commenti (5)(popup) | commenti (5)
sabato, 15 agosto 2009 | in : racconti

l
Lettera ad Andrea - Luglio 2005
Per non dimenticare

Nella notte scura avanzavi veloce sopra un tratto di strada ripido e dissestato, i finestrini dell’automobile leggermente aperti lasciavano entrare un po’ di brezza che scompigliava dolcemente i miei capelli ed accarezzava la mia mano destra mollemente appoggiata alla portiera.  Ero certa che mi stessi accompagnando verso casa, nel buio mi era parso di riconoscere il cavalcavia e la strada maestra fiancheggiare il bivio che ci avrebbe ricondotto in campagna dopo la serata trascorsa in giro a chiacchierare e comprare foulard ai mercatini serali. Avevamo mangiato linguine al sugo di riccio e bevuto del bianco di Manduria in grossi calici di pietra bianca alla luce della luna e dopo il caffè, mentre con molle pigrizia abbiamo osservato passare sul lungo mare un’umanità mista e variegata, mi hai portata nel centro del minuscolo borgo ad ammirare la cattedrale di marmo intarsiata. Ghirigori e riccioli e merletti in un tripudio di opulenza e maestosità mi hanno fatta sentire una nullità rispetto all’enormità della scenografia.
"E’ rosso…" ti ho mormorato lievemente assonnata dal vino.
Stavi per oltrepassare il semaforo senza renderti conto che ancora non era scattato il via, ma senza guardami o rispondermi hai tagliato il semaforo a destra per una strada sconosciuta e stretta, una strada lunga sul cui finire intravedevo la luna specchiarsi nel mare.
Improvvisamente più sveglia ti ho osservato di sottecchi chiedendomi dove mi stessi conducendo mentre nella mia testa una ballata latina iniziò a battere il tempo sempre più insistentemente fino a costringermi a mettere la faccia fuori dal finestrino e gridare il tuo nome nella speranza vaga che l’urlo facesse defluire il sangue dalla testa almeno al diaframma completamente bloccato.
Hai sorriso. Un sorriso ineguagliabile! Afferrandomi la mano sinistra l’hai portata al tuo volto cercando una carezza fino a spingermi la mano poi sul collo. Ti ho scostato allora il capelli morbidi dalla polo azzurra ed ho iniziato piano a massaggiarti la cervicale.  La tua pelle al tatto sa di buono, dello stesso patchouli e sandalo che da anni  ha inebriato il mio olfatto e grazie alla intensa fragranza so che ti riconoscerei tra mille anche ad occhi bendati.
Il buio intenso non mi lasciava intravedere nulla, tant’è che il tuo osservare la strada con circospezione mi ha improvvisamente procurato una leggera ansia alla bocca dello stomaco.

Dove stiamo andando?” ti ho domandato piano.
Credo sia da questa parte, in verità non ricordo nemmeno io dove sia  l’ingresso esatto” mi hai risposto in modo vago.

Ho compreso subito che era meglio ch’io stessi zitta. La notte scura avanzava incontro alla nostra automobile rendendo il nostro viaggiare quasi l’inizio di un tunnel dove avremmo potuto giocare a mosca cieca. La brezza marina iniziava a farsi strada dai finestrini aperti, finché l’odore di mare e salsedine  hanno come per magia dato risposta ad ogni mia curiosità. Mi stavi portando a vedere il mare di notte, era ovvio. Il tuo romanticismo non ha mai temuto confronti. Che stupida, come avevo fatto a non pensarci prima!

Giunti sul limitare della carreggiata hai improvvisamente frenato e girato a destra scapolando alcune dune di sabbia basse. Hai messo in prima e lentamente hai percorso circa un centinaio di metri prima di fermarti a ridosso di milioni di canne danzanti al vento fresco della nottata. A pochi metri dal cofano dell’automobile il mare ha salutato il nostro arrivare con applausi scroscianti di onde rese argento dai riflessi della luna.
Le fronde delle canne a pochi centimetri dai finestrini abbassati mi consentivano di afferrarle ed accarezzarle mentre la loro danza diveniva sempre più veloce, sempre più sensuale.

Ti ho acceso una camel blu e mentre ti guardavo fumare ho pensato che mai avevo gustato un attimo così intenso da poter credere che tutto fosse rinchiuso in quell’istante. Se anche il mare ci avesse inondato,non sarebbe bastato tutto il sale in esso contenuto per rendere di egual sapore quello specifico attimo vissuto accanto a te.
Solo guardandomi negli occhi ho capito che mi volevi prendere in braccio.  Non ho esitato ad accontentarti, volevo che mi abbracciavi, volevo appoggiare il mio seno al tuo petto. Mi sono allungata tra te ed il cambio, adagiandomi lieve sulle tue cosce tornite. Mi tenevi il collo con la mano sinistra, mentre lasciavi penzolare la mia testa fuori dal finestrino lato guida ed i miei capelli castani volteggiare con le canne alla danza del vento.
Sarei rimasta con la testa quasi mozzata a vita se quel tuo tocco sul mio collo fosse rimasto per sempre l’emozione che dal tatto si irradiò fin da subito all’attaccatura dei capelli e poi fin giù in mezzo alle scapole abbronzate.
Brividi di tensione emotiva e paura per il luogo abbandonato percorrevano il mio corpo come s'io fossi un’autostrada smarrita nel deserto e d’improvviso battuta da una carovana di Ferrari.
Non ricordo per quanto tempo il vento ha fischiato nelle mie orecchie, non ricordo l’attimo esatto, la percezione lieve in cui hai iniziato a togliermi i vestiti. Non ricordo come d’improvviso mi stavi baciando la pelle del ventre ed io ero completamente nuda in mezzo ad un canneto, in riva al mare, con la luna curiosa che ci osservava bianca e piena  e le canne che sbattevano violentemente dal finestrino fino quasi a toccarmi i piedi.
Non ricordo altra sensazione delle tue mani fuori e dentro di me.
Con la testa sempre fuori dal finestrino aperto ho guardato il cielo terso e le stelle sorridenti, mentre il fuoco divampava tra le mie cosce fino ad obnubilarmi per sempre i sensi e la ragione.
Non ricordo quanti minuti, quante furono le ore, l’orologio in quella notte  smise di battere, in silenzio ha accolto gaudente il mistero racchiuso in noi e ci ha lasciato tutto il tempo necessario perché l’amore potesse cantare, potesse ballare, potesse vibrare all’unisono con le canne nel vento.
Fu allora che hai aperto la portiera e nuda mi hai trascinata in mezzo al canneto impazzito, il vento ululava l’emozione mentre la natura ha fatto il suo corso naturale e mi ha congiunta a te fino a farmi lacrimare, fino a farmi credere che ero diventata il sale del mare.
E’ stato sul finire che la tua pelle ambrata mi ha protetto da una notte curiosa e malandrina, quando  riportandomi  alla vettura mi hai fatto da scudo con allegria e premura.
Quanto abbiamo poi riso ancora non mi è dato di ricordare, tremano  le mani mentre ne trascrivo i ricordi vivi, affinché anche tu debba sempre sapere:

che ci fu una notte di Luglio in cui tutto era naturale, la luna, le stelle e le onde del mare.
Ci fu una notte d’estate in cui l’età adulta è divenuta ragazzina, in cui nel cuore dolente l’amore ha levato più di una spina.
C’è stata una donna che per te ha imparato a volare, se guardi nel firmamento ancora vedi la sua scia passare.
C’è stato un istante in cui nel vento di un canneto tu sei stato il suo più intenso respiro, il pieno mai più svuotato, la fantasia dell’insperato.
C’è stato un Amore che non potrà mai essere replicato, perché solo una volta nella vita le canne al vento possono smettere di danzare e lo hanno fatto quella notte, mentre ti venivo addosso e diventavo il tuo mare.
Te lo scrivo in questa lettera di memorie affinché possa esserti indelebile  per tutta la vita, che è stata una notte di magia, di fate, e del destino scritto con le dita.
Le tue dita che sulla spiaggia hanno scritto Mi Piaci quando ancora non conoscevi il nostro cammino, che come un’ incanto s’è schiuso all’ombra di chi crede nell’Amore e non teme di vivere  il destino.
Ricorda Andrea delle canne nel vento e non smettere mai d’Amare, se ora chiudi gli occhi sentirai la mia voce che ti dice che ti amo e che stanotte in sogno... ti verrò a baciare.
 

Con amore

Anna

signorisinasce @ 00:14 | commenti (8)(popup) | commenti (8)
lunedì, 10 agosto 2009 | in : poesia, pensieri liberi

inviaggio

Faccio bye-bye con la mano,
con un sorriso vago Mi saluto piano.
Nel dondolio del mio palmo aperto
vedo il seme della fantasia;
ora so che in ogni luogo,
anche contro vento,
posso andare via.
Mi saluto perché ciò che sono stata
possa andare ora lontano.
Nuovo sarà l’ossigeno rigenerante
nel caos del mio metropolitano.
Inchinata mi confondo con le nuvole
che basse rincorrono l’asfalto,
fuggendo in direzioni opposte
cerco più verità sbiadite
confuse in ogni mio sbaglio.
E proprio ora che le so tenere strette nella mano,
la fantasia brigante le elargisce al mondo
e mi invita a viaggiare piano.
Viaggio, viaggio.
In ogni attimo son treni e corriere,
in ogni attimo son sogni e preghiere.
Girando in tondo al mondo
mi sento uno scudo spaziale,
nuoto contro vento
e non intravedo le barriere del male.
Liberata sarò,
in virtù di un sogno avverato.
Liberata dalle mie stesse catene
danzerò dentro gocce di miele e fiele.
Perché sono un ape che sarà regina.
Nella lucida cera nasconderò
tutto ciò che ora mi pare sbiadito ed in rovina.
E mentre mi saluto vedo le auto sfrecciare.
E mentre mi abbraccio mi sento lacrimare.
E’ densa     l’essenza dura che scende dagli occhi,
pare acqua e farina;
il pane dei poveri che risalgono la china.
Mi saluto per un ultima volta con la mia stessa mano,
bye-bye Signora, anima stanca.
Vai lontano...

signorisinasce @ 22:52 | commenti (10)(popup) | commenti (10)
giovedì, 16 luglio 2009 | in : racconti, pensieri liberi, paure ed ossessioni

animafragile

Dopo avermi trapassato le arterie con il fuoco che marca e lancia frecce d’astio mal represso, che a tratti si confonde d’amore travestito d’odio, hai adagiato il corpo duro come un masso sul letto fresco in cerca di un respiro lungo, un respiro pieno e vivo.

Passata l’agonia delle ore che mi hanno vista testimone delle nozze della rabbia col dolore, hai poggiato la testa pesante sul cuscino di piuma ed hai iniziato a dormire.

Eppure, se ti rivedo negli angoli bui della mia memoria, oggi come allora tremo per quanto ho sentito arrivare da dentro il tuo animo dritto come un pugno chiuso fin dentro le profondità del mio.

Stanotte, come quella medesima notte, ho ancora paura che il tuo terremoto venga a scuotermi nei miei sogni infranti e mi riporti alle origini del mio tremare, al mio avere paura della voce dura quando sa urlare.

Ripenso solo ora  a quando la conoscenza vigile dell’ansia che ti ha consumato e la tensione sono scemate via tra le braccia di un Morfeo generoso e paziente, è stato in quell’istante che ti ho abbracciato amorevole e lentamente per non svegliarti,  cullandoti di nascosto come si ninna un bambino. Piano piano, con la paura tra le dita delle mani che tu potessi destarti e non sentissi la mia devozione come alito divino.

Al chiarore di un mattino che ha accolto silenzioso ed immutato la mia notte bianca, ho sfiorato il tuo ventre morbido scostando lentamente la maglia bianca di cotone con la scritta blu corsivo in alto a destra. Leggendo quel  m a s c h i o, nonostante la preoccupazione, ho sorriso. Chissà dove l’hai trovata, ti sta bene, ho pensato. Mentre sola piangevo di lato.

Ti ho poi cercato la mano sinistra e l’ho aperta sulla mia allungando le tue dita piano; non volevo pensassi ti volessi svegliare, mi stavo solo ricordando che tra le pieghe delle tue mani ancora mi volevi ed era certo che mi continuavi ad amare.

Ho atteso ore ed ore il tuo risveglio con la paura di chi non sa cosa avrebbe potuto trovare, di chi non sa se sarebbe stato nel mio abbraccio caldo che volevi annegare, di chi teme persino di accendere la luce, di chi sa che nel tuo dolore non vive la pace.

Ho circumnavigato il letto nuotando dentro fredde lenzuola, ho cercato il tuo odore nelle fessure strette dei muri, ho baciato i tuoi polsi e ho pregato perché nel tuo aprire gli occhi al risveglio tu potessi sentirti forte, potessi stare meglio di chiunque altro sulla faccia della terra,  potessi non ascoltare più  le voci ossessive che ti martoriano l’anima bella.

Trema la mia memoria al ricordo delle ore bruciate nelle speranze smarrite, dei colori persi in rancori che attirano le spire delle sfighe come calamite, dell'orrore dei tuoi silenzi che bruciano i miei occhi fragili come margherite.
Trema ogni anfratto del mio corpo, nel mio sentirmi inadeguata, nel mio sapermi sempre fuori luogo, mai alla tua portata.

Stanotte guardo la luna piena e la ricordo in amore sul mare, non sembra la stessa! Stanotte non sembra volermi parlare.

Quella notte, mentre non riuscivo a riposare, mi ha tenuta compagnia! Mi ha narrato delle volte che si sente buia e sola, delle troppe volte che di lei il sole non s’innamora.

Mi ha confidato di quanto  triste è il suo destino, delle sue terre disabitate e dei crateri fondi, del suo amato pianeta terra vissuto solo al buio delle botte, del silenzio che la invade, del pallore, degli ululati nella vastità della notte.

Perplessa le ho narrato del mio amore lì vicino e di come il ghiaccio lo avesse ridotto un manichino.

Un trillo e tutto d'un tratto spuntò il giorno, uno di quei mattini in cui proprio non sai che fare, in cui ti chiedi chi sei e per Dio... mamma aiutami non so che dire.

E mentre mi chiedevo come potessi fare, ti ho invitato a guardarmi negli occhi con timore.
La luna complice ed amica si era vestita a festa perché ti incoronava il viso illuminando l'anima dei tuoi occhi, mentre il ghiaccio, sciogliendosi nel fiume delle lacrime trattenute, mi ha mostrato tutta la tua fragile vulnerabilità divenendo una campo incolto bruciato,  bisognoso solo di carezze e di tutto il mio afflato.

Un abbraccio vivo a ricomporre il puzzle caduto a terra.

Caffè d’orzo, pane e nutella.

Poche parole...solo dolci parole.

….e mentre ti stringevo con tutto il mio amore,  ho aperto la finestra della stanza perché l'amica luna potesse tornare dal suo amato sole.

signorisinasce @ 00:33 | commenti (19)(popup) | commenti (19)
lunedì, 22 giugno 2009 | in :

bellacomeilsole

Vorrei scrivere,
ma sono prigioniera
delle mie stesse parole.
Mi abbandono allora
al pensiero delicato
di un graffito a me dedicato.
Dei respiri corti.
Del sapore di un bacio
che nell’androne di un palazzo
mi hai rubato.
Non ho parole.
Stasera.
… solo ricordi su un muro
come fosse una tela.
Solo te dentro di me,
buccia dorata della medesima
mela.
Mi hai respirata
troppo intensamente
e sono evaporata,
non sono più niente.
Solo il calore del sole
immobile nella tua mente.

signorisinasce @ 23:36 | commenti (7)(popup) | commenti (7)
giovedì, 04 giugno 2009 | in : poesia, racconti

sensual

Nuda, sdraiata nel letto vuoto di noi, abbraccio le lenzuola di lino ed odoro il mio corpo che ti chiama. Mi guardo i collant che ancora non ho sfilato e non sai quanto desidererei che fossi tu a strapparmeli di dosso proprio ora … non sai quanto ti vorrei sopra di me, proprio mentre non ci sei.  La tua bocca tra le mie gambe, le tue mani ad illuminare il mio corpo come stelle, le tue labbra accese, così belle.

Che giorno era quello in cui lentamente mi hai denudata di mutandine e reggiseno ed hai iniziato ad abitare nella mia carne che mai ha concesso spazi agli sconosciuti senza nome e nemmeno a coloro dei quali conoscevo il cognome?

Che notte è stata quella che mi hai fatto fare l’amore sdraiata sotto ad un tavolino di ferro battuto, sulla schiena la moquette morbida color panna di una camera d’albergo, nelle orecchie la tua musica da casse inseparabili che inondava le pareti rosa, i palmi delle mie mani stretti sulle tue natiche, i pori della tua pelle che bevevano il mio sudore odor di gelsomino, nell’angolo della mia mente l’ombra di un nuovo cammino?

Che pomeriggio è stato quello che abbiamo  giocato all’amore ore ed ore, dormito, sudato ed amato fino ad arrivare a ringraziare persino il letto che ha retto alla guerra dei sensi, che ha contribuito alla resa dei conti?

Che ora è stata quella che mi hai salutata pur senza conoscermi e mi hai avvicinato alla tua vita, mi hai accompagnata nel tuo mondo innocente aggiungendo uova, farina, latte ed un magico ingrediente?

Quando hai preso le mie parole semplici e le hai fatte diventare un romanzo lungo come un treno senza fermate, quando hai svuotato di pensieri la mia cartella dei sogni e ne hai fatto le piu' dolci marmellate?

Che anno era quando guardandoti negli occhi ho ritrovato me stessa e sono ritornata viva gustando improvvisamente una nuova aspettativa?

Con queste mani che ami tanto mi accarezzo il seno florido e ti sento nell’assenza. Le calze le ho sfilate da me. I piedi che hanno memoria delle tue mani bramano una carezza che non può giungere, mi sfioro allora le caviglie e mi allungo il lenzuolo di lino fin sulle spalle nude senza il sonno fingere.

Immagino il giorno perfetto e non voglio pensieri che mi facciano dannare o mi manchino di rispetto.
Resto così, nella veglia che anticipa il sonno, appesa ad un ricordo che sa d’autunno.

Che giorno era quello che d'improvviso mi hai chiesta  in sposa? E le lenzuola di lino sanno d’improvviso di mimosa.

Bruciano un pò gli occhi...., ma ricordo e nella notte mi sento sbocciare come una rosa.

signorisinasce @ 00:28 | commenti (8)(popup) | commenti (8)